Ci sono mestieri che hanno unità di misura tutte loro. Il muratore lavora a metri quadri. L'elettricista a punti luce. Il commercialista a scadenze.

Io, dopo quindici anni, lavoro in «domande veloci».

Sono una strana forma di tempo. Si presentano sempre allo stesso modo.

«Ti rubo cinque minuti.»
«Posso chiederti una cosa al volo?»
«Quando hai un attimo…»

Con gli anni ho imparato una regola molto semplice: più la domanda viene presentata come «veloce», più probabilmente finirò per passarci l'intera mattinata.

È quasi una legge della fisica.

Ho scoperto che «una domanda veloce» è un'unità di misura tutta sua. Come il miglio nautico. O l'anno luce.

Con una differenza. L'anno luce misura distanze enormi. La domanda veloce misura il tempo che sparisce dalla mia agenda.

E ha una caratteristica curiosa: dura sempre cinque minuti. Dei miei.

Il click più costoso del mondo

Una delle mie preferite è questa.

«Vorrei cambiare il colore del sito.»

Perfetto. Poi arriva la seconda frase.

«Tanto è un click, vero?»

No.

Partiamo dal presupposto che non è un click. Ma facciamo pure finta che lo sia. Il click non è mai stato il problema. Il problema è tutto quello che succede prima.

Cambiare un colore richiede pochi minuti. Capire con quale colore cambiare richiede esperienza. Ed è quella la parte del mio lavoro.

«Temporary»

Poi ci sono le mail.

«La posta non funziona.»

Controllo. Leggo il messaggio. «Temporary server error.»

Temporary. Tem-po-ra-ry. È un errore così gentile che ti spiega perfino che è temporaneo.

Eppure parte la telefonata. Io apro un ticket. Controllo il provider. Verifico i log. E nel tempo che l'assistenza risponde, il server ha già deciso di stare meglio da solo.

Il sito non si vede

Questa è sempre emozionante. Perché all'inizio potrebbe essere qualsiasi cosa. Un problema DNS. Un certificato. Un aggiornamento. Un attacco.

Dopo una decina di minuti di controlli, però, arriva la risposta. «L'hosting è scaduto.»

Quando? Più o meno un anno e mezzo fa.

La parte difficile, a quel punto, non è recuperare il sito. È trovare un modo delicato per spiegare che se il sito è rimasto offline per sessanta settimane, probabilmente anche Google se n'è accorto.

Cosa che, di norma, richiede una telefonata di un'ora e mezzo. Perché il cliente non se ne fa una ragione, e nel frattempo va nel panico.

I famosi cinque minuti

Ultimamente è arrivata una nuova categoria. Quella alimentata dall'intelligenza artificiale.

«Claude mi ha preparato cinquanta landing page per posizionarmi su Google.»

Perfetto. Poi arriva il finale.

«Quando hai cinque minuti gli dai un'occhiata?»

Cinquanta. Landing. Page. Nei miei cinque minuti.

A quel punto ho iniziato a sospettare che vivessimo in universi diversi, con una diversa definizione della parola «cinque».

In cosa si trasforma

Con gli anni ho imparato che una «domanda veloce» può trasformarsi, senza alcun preavviso, in molte cose.

Un'analisi tecnica.

Una valutazione di un preventivo.

Una consulenza strategica.

Una perizia semi-forense su chi ha fatto cosa.

Una seduta di psicologia di coppia tra due soci che da sei mesi non si parlano.

E, nelle giornate particolarmente fortunate, anche la mediazione di un piccolo conflitto familiare.

Il tutto, naturalmente, «al volo».

La matematica delle domande veloci

La cosa più sorprendente del mio lavoro è che spesso mi chiamano per un problema tecnico e riattaccano con una decisione presa.

Il bello è che nessuna di queste persone vuole approfittarsi di me. Anzi. Mi scrivono perché si fidano. Ed è una delle soddisfazioni più grandi del mio lavoro.

Molti dei clienti con cui collaboro da anni continuano a chiamarmi quando devono prendere una decisione. Mi chiedono se quel preventivo ha senso. Se quel fornitore è affidabile. Se vale la pena passare a Google Workspace. Se dare l'accesso a Search Console. Se quella proposta SEO sembra seria oppure no.

E continuerò a rispondere. Perché questo rapporto di fiducia è esattamente il modo in cui mi piace lavorare.

Il problema non è la singola domanda. È la matematica.

Se un cliente mi porta via mezz'ora una volta al mese, non è un problema. Se a farlo sono in duecentocinquanta, lo diventa.

Improvvisamente una parte enorme del mio lavoro non entra più in nessun preventivo.

Ho deciso di darle un nome

Per anni ho pensato che tutto questo fosse semplicemente «supporto». Una chiacchierata. Un favore.

Poi ho aperto l'agenda. E mi sono accorta che passavo più tempo ad aiutare le persone a prendere decisioni che a costruire siti. Solo che continuavo ostinatamente a chiamarle «domande».

Da oggi preferisco chiamarle con il loro nome. Consulenze.

Non perché abbia deciso di farmi pagare anche i messaggi. E nemmeno perché voglia mettere il cronometro alle telefonate. Semplicemente perché quando una risposta richiede esperienza, analisi, confronti, verifiche e tempo, quella risposta è già parte del mio lavoro.

E il mio lavoro, da quindici anni, è esattamente questo. Costruire siti. Ma soprattutto aiutare le persone a prendere decisioni migliori. Anche quando la decisione migliore è lasciare tutto esattamente com'è.

Se la tua «domanda veloce» ha iniziato a somigliare a una di queste, ho dato un nome (e una pagina) a tutto questo: le consulenze. Promesso: niente cronometro.