Qualche giorno fa ho pubblicato su Instagram un carosello ironico dal titolo «L'AI mi ruberà il lavoro...». Dieci slide di battute, tutte vere, tutte vissute. Mi hanno scritto in molti: colleghi che si sono riconosciuti, clienti che si sono riconosciuti (un po' meno divertiti), e qualcuno che mi ha chiesto sul serio: ma tu la usi?

Sì. E proprio perché la uso, so bene dove finisce il suo lavoro e dove comincia il mio.

Premessa: la uso anch'io

Non sono tra quelli che fanno finta che l'AI non esista, né tra quelli che la presentano come la soluzione a tutto. È uno strumento. Come lo sono stati Photoshop, WordPress, i page builder. Ogni volta che ne è arrivato uno nuovo qualcuno ha annunciato la fine del mestiere. Il mestiere è cambiato, e ogni volta è rimasto in piedi chi sapeva cosa voleva ottenere.

Mi fa risparmiare le due ore noiose. Non le otto in cui decido cosa buttare via.

Cosa le faccio fare

1. La preparazione grafica da far approvare

Dopo il primo incontro con un cliente ho in mano tante informazioni e, di solito, un'idea abbastanza precisa in testa. L'AI mi aiuta a trasformare quell'idea in una proposta grafica da mostrare prima di montare tutto su WordPress. Il cliente vede la direzione, approva o chiede di cambiare, e io non costruisco pagine che poi andranno rifatte. Il punto di partenza però resta sempre il mio: le informazioni le ho raccolte io, lo stile è il mio.

2. Le piccole personalizzazioni

Quella funzione che il tema non prevede, quel dettaglio su misura, quel comportamento particolare di un elemento. Sono richieste custom che prima mi portavano via tempo in ricerca e tentativi. Oggi l'AI mi aiuta a scrivere il codice più in fretta. Io so cosa chiedere, so leggere cosa mi restituisce e so quando è sbagliato. Che è la parte che conta.

3. I piccoli siti vetrina e i one page

Ci sono progetti che non hanno bisogno di un CMS: una pagina sola, pochi contenuti, poche modifiche nel tempo. Una volta li facevo in HTML e restavano online per anni senza che nessuno dovesse toccarli. Per questo tipo di sito l'AI è un ottimo alleato per accelerare lo sviluppo, sempre sulla base di una grafica e di una struttura decise prima.

Cosa non le faccio fare

Qui la lista è netta. L'AI non sviluppa per me:

Sono progetti che vivono nel tempo, che devono essere aggiornati, mantenuti, fatti crescere. Serve sapere perché ogni pezzo è lì e come si comporterà fra due anni. E soprattutto: tutto parte sempre da una mia idea e dal mio stile.

Se il punto di partenza fosse soltanto un prompt, il risultato sarebbe probabilmente bellissimo. Come altri diecimila siti bellissimi, costruiti con lo stesso prompt.

La parte che nessuno automatizza

E poi c'è tutto il resto. Quello che nel carosello ho raccontato ridendo, e che invece occupa buona parte delle mie giornate.

L'AI sa programmare, ma non riesce a ottenere le foto dal cliente prima della pubblicazione. Può generare un sito in pochi minuti, ma poi mancano solo testi, immagini, strategia, identità e obiettivi. Cioè il sito. E qualcuno dovrà pur dire al cliente che sette font sono sei di troppo, o capire cosa intende quando dice «lo vorrei più frizzante».

Questa parte si chiama ascolto, e ne ho già scritto in Prima ascolto, poi progetto. È fatta di domande, di mediazione, di scelte e di rinunce. Un sito riuscito è soprattutto il risultato di cose tolte, e per togliere bisogna sapere cosa si vuole tenere.

Quindi, mi ruberà il lavoro?

No. Mi ha tolto un po' di lavoro noioso, e va benissimo così. Quello che resta è la parte per cui un cliente viene da me: un'idea, uno stile, e qualcuno che si prende la responsabilità delle scelte.

Se proprio vuole rendersi utile, può cominciare dalle modifiche “da cinque minuti”. Magari riesce anche a finirle in cinque minuti.

Hai un progetto in mente e vuoi capire come lo imposterei? Scrivimi, partiamo da una chiacchierata.