Quindici anni di carriera. Centinaia di siti. In mezzo ci sono passati medici, avvocati, ristoratori, traduttrici, aziende vinicole, fotografi di matrimonio e wedding planner che organizzano eventi su tre continenti. Ognuno con le sue manie, le sue urgenze e le sue email della domenica sera.

Poi ci sono loro: gli architetti. E gli architetti sono un capitolo a sé.

Perché con quasi tutti gli altri clienti il mio ruolo è anche quello di occhio esterno: «fidati, questa cosa funziona così». Con un architetto no. L'architetto è un progettista, ragiona per griglie, proporzioni, allineamenti e vuoti, esattamente come me. È l'unico cliente con cui non discuto di gusti: discuto di millimetri. E onestamente, è bellissimo e sfiancante in parti uguali.

Il cliente più difficile è un altro progettista

C'è una regola non scritta nel mio mestiere: il cliente più difficile non è quello che non capisce nulla di design. È quello che ne capisce. E nessuno ne capisce come un architetto.

Un architetto vede la griglia sotto la pagina. Vede l'interlinea. Vede che quel titolo è otticamente disallineato di un soffio rispetto all'immagine sotto, anche quando i numeri dicono che è allineato, perché l'allineamento ottico e quello matematico non sono la stessa cosa, e lui questa cosa la sa benissimo.

Quindi quando mi siedo a progettare un sito per uno studio di architettura, so già che non sto lavorando per un cliente: sto lavorando con un collega che ha solo un altro software aperto. E va bene così, a patto di mettere in conto che ogni scelta andrà argomentata, non semplicemente proposta.

La battaglia dei due pixel

«Puoi abbassare il titolo di due pixel?»

Questa frase, o una sua variante (tre pixel, mezzo carattere, «un soffio»), arriva in ogni progetto. E il bello è che spesso ha ragione. Quel titolo, in effetti, respira meglio due pixel più in basso.

Il punto è un altro: «due pixel più in basso» su una pagina web non è come spostare un blocco di testo su una tavola in InDesign. Significa decidere se quel margine vale su mobile, su tablet, su desktop, su quel particolare laptop col display denso, e se reggerà quando il testo si accorcia o si allunga. Una pagina web non è una tavola stampata che resta ferma: è un organismo elastico che cambia forma su mille schermi diversi. Quindi quei due pixel diventano una riga di CSS responsive, tre breakpoint da ricontrollare e un test su sei dispositivi.

Lo faccio. Lo faccio volentieri, anche, perché il risultato finale è più curato. Ho solo imparato a non sgranare gli occhi quando sento «sposta di due pixel»: sorrido, lo sposto, e poi passo venti minuti a verificare che quei due pixel non abbiano rotto qualcosa a 768px di larghezza.

C'è poi una differenza di fondo tra il mio lavoro e quello di un architetto. In architettura, semplificando molto, quasi tutto è realizzabile: è una questione di budget, tempo, competenze e volontà del cliente. Sul web la faccenda è più complicata, perché un sito non vive in un ambiente controllato. Vive contemporaneamente dentro decine di browser, sistemi operativi, dimensioni di schermo e condizioni di utilizzo diverse.

Un architetto può progettare una scala sapendo esattamente quanto sarà larga. Io progetto una pagina che oggi verrà aperta su un monitor da 5.000 pixel e domani su uno smartphone con lo schermo incrinato e il browser aggiornato tre anni fa.

È il motivo per cui alcune richieste in apparenza semplici ricevono una risposta che gli architetti, all'inizio, trovano insopportabile: «dipende». Non perché non si possa fare. Ma perché sul web la domanda giusta raramente è «si può fare?». La domanda giusta è: «si può fare bene, senza rompere tutto il resto?».

A meno che tu non abbia il budget di Elon Musk e una squadra di sviluppatori reclutati scavando nelle profondità del dark web. In quel caso, possiamo parlarne.

Con quasi tutti i clienti discuto di gusti. Con un architetto discuto di millimetri. Ed è il motivo per cui i suoi siti vengono meglio.

«Va bene Helvetica. No, non quella Helvetica»

La tipografia, per un architetto, non è un dettaglio: è una dichiarazione di intenti. E qui si apre un mondo.

Esiste una probabilità altissima che il primo riferimento che ricevo sia un grottesco svizzero. Helvetica, Neue Haas, Akkurat, qualcosa con quell'aria razionalista e silenziosa che agli architetti parla direttamente all'anima. Il che è perfetto, finché non si scopre che la versione che vogliono è quella con licenza da qualche centinaio di euro, oppure che il carattere desiderato non ha le lingue dell'Europa orientale che servono per il cliente di Cracovia.

E allora si ragiona. Si cerca l'alternativa giusta, magari un grottesco open source ben disegnato che renda la stessa idea senza svenarsi in licenze, si controllano i pesi disponibili, la leggibilità a corpo piccolo, il comportamento delle cifre. Per la maggior parte dei clienti il font è «quello che si legge». Per un architetto è metà del progetto, e in questo, lo confesso, siamo perfettamente d'accordo: ne ho scritto un articolo intero.

I render da 80 MB e il PDF impaginato per la stampa

«Ti mando i progetti», dice l'architetto. E qui il web designer esperto trattiene il respiro.

Perché «i progetti» possono arrivare in qualsiasi formato dell'universo conosciuto, tranne quello che servirebbe. Render fotorealistici da ottanta megabyte l'uno, esportati a risoluzione da plotter. PDF impaginati per la stampa, con i crocini di taglio. File con estensioni che WordPress guarda con sospetto. E, in un caso memorabile, una cartella di immagini ciascuna chiamata «vista_01_def_DEF_finale_QUESTA.jpg».

Non è colpa loro: ragionano in scala di stampa, dove più grande è sempre meglio. Sul web vale l'esatto contrario. Così, prima ancora di disegnare una riga di layout, mi tocca la parte invisibile e fondamentale del lavoro: convertire tutto in WebP, ridimensionare ai formati reali di visualizzazione, comprimere senza sacrificare la nitidezza di una linea d'ombra su una facciata, e fare in modo che una home con dodici progetti non pesi quanto un cortometraggio.

È lo stesso lavoro di pulizia che faccio con i fotografi, di cui ho già raccontato. Con una differenza: l'architetto vuole che, nonostante la compressione, si veda perfettamente il dettaglio del serramento. E ha ragione anche stavolta. Quindi la compressione dev'essere chirurgica, non brutale.

«Lo voglio minimal»: il vuoto costa più del pieno

Ogni architetto vuole un sito minimal. Pulito. Essenziale. Tanto bianco, poco testo, le immagini che respirano. «Less is more», ovviamente, citato in originale.

E sono totalmente d'accordo. Ma c'è un equivoco da sciogliere: minimal non vuol dire facile. Vuol dire il contrario.

Quando togli tutto, ogni singola cosa che resta deve essere perfetta, perché non c'è nient'altro a distrarre l'occhio. Il vuoto va progettato esattamente come il pieno: le proporzioni dei margini, il ritmo verticale, il rapporto tra immagine e spazio bianco, il punto in cui un titolo entra in scena mentre scorri. Una pagina «vuota e perfetta» richiede più decisioni, non meno. È architettura, appunto: lo spazio negativo è parte del progetto.

Questa è la conversazione che amo di più, perché è l'unica in cui cliente e designer parlano davvero la stessa lingua. Quando spiego a un architetto perché ho lasciato quel respiro lì e non altrove, di solito non devo finire la frase: ha già capito. Anzi, spesso rilancia.

Quali progetti mettere (e quanti)

Poi arriva il momento della selezione. E qui l'architetto, che ha passato la vita a sottrarre, davanti al proprio portfolio improvvisamente vuole aggiungere.

«Li mettiamo tutti?». No. Non li mettiamo tutti. Un portfolio non è un archivio: è una scelta. Venti progetti mediocri raccontano meno di sei progetti giusti, scelti per dire chi sei e che tipo di incarichi vuoi attrarre. La ristrutturazione del bagno della cugina può anche restare fuori, con tutto il rispetto per il bagno della cugina.

È un lavoro di curatela, e va fatto con onestà: quali progetti rappresentano la direzione che lo studio vuole prendere, non solo quelli a cui si è affezionati. Spesso è la conversazione più utile dell'intero progetto, perché costringe lo studio a decidere che faccia vuole mostrare al mondo. E un sito che ha le idee chiare su questo lavora dieci volte meglio di uno che le mette giù tutte sperando che il visitatore scelga da solo.

Perché, alla fine, sono i miei clienti preferiti

Negli anni ho costruito siti per diversi studi e professionisti dell'architettura, qui in Toscana e non solo. Tra gli altri ho lavorato con Luca Erbaggio, con Gianfelice Carfagnini e con lo studio Vannetti Architetti: progetti diversissimi tra loro, ma con un filo comune, la cura ossessiva per il dettaglio e l'idea che la forma non sia mai un vezzo, ma una conseguenza.

Ed è esattamente per questo che, nonostante i due pixel, i render da ottanta mega e le discussioni filosofiche sul grottesco svizzero giusto, gli architetti restano i miei clienti preferiti.

Perché mi costringono a fare il mio mestiere al massimo livello. Con un architetto non posso nascondere un'approssimazione dietro una bella immagine: se l'allineamento è sbagliato, lo vede. Se la gerarchia non funziona, lo sente. Lavorare con qualcuno che guarda il progetto con i miei stessi occhi, ma da un'altra disciplina, è la palestra migliore che conosca.

E quando il sito è online, e lo studio mi scrive che è esattamente come lo immaginava, anzi un po' meglio, so di aver fatto un buon lavoro. Perché l'ho fatto per qualcuno che, di buon lavoro, se ne intende.

Hai uno studio di architettura e ti serve un sito all'altezza dei tuoi progetti? Scrivimi: parlo fluentemente sia «griglia a dodici colonne» sia «spostalo di due pixel».